Il piano di rientro della sanità in Campania si sta facendo pagare solo ed esclusivamente ai cittadini, infatti, nessun effetto migliorativo si è ottenuto con la miope, inefficiente ed inefficace politica posta in essere dalla Giunta Caldoro. Questo dato è incontrovertibile e sono i numeri che ne attestano la veridicità. Nel 2012 abbiamo speso 140 euro a testa di ticket per farmaci, analisi, visite e pronto soccorso, con una spesa totale di 4,5 miliardi. E dal 2014 arriveranno i nuovi ticket e la spesa per la compartecipazione arriverà a 6,6 miliardi. In Campania il ticket applicato nel primo semestre 2011 è aumentato del 116,72%. Il numero di Cittadini che nell’ultimo anno hanno registrato un aumento della spesa di tasca propria per la salute è rilevantissimo. Orbene, la realtà è Il Confronto tra Regioni con Piano di rientro e Altre Regioni è chiarissimo. L’aumento medio annuo per i cittadini residenti nelle Regioni con Piano di Rientro è pari al 61,8% +20,2 Altre Regioni 54,9% +15,8 Italia 58,5 %+18,2.Fonte: indagine Censis, 2012 . Oltre il 58% degli italiani dichiara di aver registrato un aumento delle spese che ha dovuto affrontare direttamente di tasca propria per la salute (per visite mediche, per il dentista, per analisi e accertamenti vari, ecc.) e, in media, gli intervistati hanno indicato un aumento del +18% . Il dato nazionale si articola nei due macroaggregati di regioni considerate:

– nelle RPR (regioni con piano di rientro) la quota di intervistati che ha percepito un aumento è stata di quasi il 62%, mentre l’aumento medio indicato è pari ad oltre il 20%;

– nelle AR (altre regioni) invece è circa il 55% degli intervistati a parlare di un aumento della spesa privata per la salute, con un incremento medio pari a poco meno del +16%.

Pertanto, nelle RPR sono più alti sia la quota di intervistati che dichiara di avere dovuto spendere di più di tasca propria per la salute, che l’incremento medio che ciascun intervistato ha affrontato. Farmaci con il ticket (65,1%), ticket per visite mediche specialistiche (64,4%) e ticket per analisi e radiografie (62,8%) sono le voci di spesa per le quali si registrano le quote più alte di intervistati che indicano di avere dovuto spendere molto o abbastanza di più nell’ultimo anno; sono comunque elevate anche le percentuali di intervistati che richiamano le spese per farmaci senza ricetta (61,3%), per visite mediche a pagamento intero (52,7%), per l’odontoiatria (48,1%) e per analisi e radiografie a pagamento intero (42,6%). Voci della spesa privata per la salute aumentate “molto” e “abbastanza” nell’ultimo anno. Confronto tra Regioni con Piano di rientro e Altre Regioni (val. %)*.Quali sono le voci per le quali nella sua famiglia è aumentata la spesa di tasca propria per la salute?

Regioni con Piano di rientro                                                                                     Altre Regioni Italia

Spesa per: farmaci con il ticket                       61,9 %                                                   69,2 %

– ticket per visite mediche specialistiche     67,7 %                                                   59,9 %

– ticket per analisi e radiografie                      67,3%                                                    56,8 %

– farmaci senza ricetta                                        65,5%                                                     55,5 %

– visite mediche specialistiche a pag.             61,3%                                                     40,6%

– odontoiatria                                                          56,4%                                                          36,6 %

– analisi e radiografie a pagamento               54,0%                                                    27,0 %

(*) Le percentuali indicano gli intervistati che hanno avuto aumenti valutati “molto” o “abbastanza”

Fonte: indagine Censis, 2012 .

E’ evidente che il ticket per l’accesso alle varie prestazioni sanitarie rappresenta per i cittadini una voce di spesa significativa, che incide direttamente sulle proprie tasche, tanto più dopo le manovre che ne hanno visto l’applicazione alla diagnostica e alla specialistica. Pertanto, la percezione diffusa tra gli italiani che quote maggiori del proprio reddito siano assorbite dalla spesa per la salute dipende non solo dalla spesa legata all’accesso alla sanità privata, quella interamente a carico dei cittadini, ma anche dalla crescente compartecipazione alla sanità pubblica, dai ticket, che tradizionalmente i cittadini hanno considerato come un efficace e condivisibile strumento di moderazione di alcuni consumi sanitari e che ora, sempre più, percepiscono come uno strumento inappropriato, che costituisce il modo più facile e veloce per trasferire crescenti costi della sanità dal pubblico alle famiglie. Va detto che nelle RPR è sistematicamente più elevata per ciascuna tipologia di prestazioni la quota di intervistati che segnala di avere avuto incrementi della spesa sostenuta direttamente: infatti, per le visite specialistiche a pagamento intero per l’odontoiatria vi è un divario di oltre 20 punti percentuali, con il 61,3% nelle RPR e il 40,6% nelle AR.

– Spesa sanitaria pubblica * (spesa farmaceutica + spesa per accertamenti) per paziente. Confronto tra Regioni con Piano di rientro e Altre Regioni (var. %) 2002-2006 2006-2010

Regioni con Piani di Rientro +36,6 -4,2

Altre Regioni +33,6 +2,6

Italia +34,9 -0,4

* Intesa come costo, al netto della compartecipazione, per farmaci e accertamenti, calcolata sulla base del data-base HS .Fonte: indagine Censis, 2012

In sostanza, dall’indagine emerge che i cittadini delle RPR stanno subendo per tutta la gamma di prestazioni sanitarie analizzate incrementi di spesa per la salute molto più marcati rispetto ai cittadini delle AR. Del resto dall’analisi dei dati strutturali di spesa emergono ulteriori dati interessanti anche dal punto di vista della dinamica temporale dei dati di spesa procapite di fonte SIMG nei due macroaggregati RPR e AR :

– la spesa sanitaria pubblica media per paziente, inclusiva di spesa per accertamenti e per farmaci, nel periodo 2002-2006 è aumentata di oltre il 36% nelle RPR e di oltre il 33% nelle AR. Nel periodo 2006-2010 invece si è ridotta del -4,2% nelle RPR ed ha avuto un aumento, anche se ridotto, del +2,6% nelle AR;

– la spesa sanitaria pubblica media per paziente per accertamenti come visite, diagnostica e laboratorio, nel periodo 2002-2006 è cresciuta di oltre il 43% nelle RPR e di oltre il 42% nelle AR. Nel periodo 2006-2006 invece si registra una brusca frenata della dinamica dell’incremento, che risulta pari a +14% nelle RPR ed a +20% nelle AR;

– la spesa sanitaria pubblica farmaceutica media per paziente nel periodo 2002-2006 è aumentata di oltre il 34% nelle RPR e di quasi il 30% nelle AR. Nel 2006-2010 invece si è avuto un decremento di quasi il 12% nelle RPR e del -5% nelle AR. I dati non lasciano dubbi cioè sul fatto che la forbice stia tagliando la spesa sanitaria, soprattutto nelle Regioni in Piano di rientro che, più delle altre, stanno subendo rallentamenti significativi delle dinamiche di spesa, e nel caso della farmaceutica una vera e propria contrazione.

– Identikit dei principali utilizzatori della sanità privata (val. %) 45-64enni 42,5%, Laureati 42,5%, Residenti in Comuni con 10-30 mila abitanti 42,0%, Donne 41,8%, Residenti al Nord-Ovest 41,6%. Residenti in Regioni con Piano di Rientro 39,1% .Totale 38,1% Fonte: indagine Censis, 2012 .

Il ricorso alla sanità privata!

Oltre il 38% dei cittadini dichiara di avere fatto ricorso alla sanità privata per almeno una prestazione; e vi hanno fatto ricorso soprattutto le donne (quasi il 42%); gli adulti di età 45-64 anni (42,5%); gli anziani (40%); i residenti al Nord-ovest (41,6%); i residenti nei comuni tra 10 mila e 30 mila abitanti ed i laureati (oltre il 42%). Molto vicina la quota che dichiara di avere fatto ricorso alla sanità privata nelle Regioni con piani di rientro (39,1%) e nelle Altre Regioni (37%). Riguardo alle prestazioni, emerge che il 71% di coloro che hanno utilizzato la sanità privata lo ha fatto per una visita medica, il 23,2% per analisi e radiografie e il 4,6% per un intervento chirurgico. Il 61,6% degli intervistati che ha fatto ricorso alla sanità privata ha richiamato come ragione della propria scelta la lunghezza delle liste di attesa per l’accesso nel settore pubblico (tabella 11); il 29,6% invece dichiara di essersi rivolto a strutture o operatori che gli erano state segnalati da persone di fiducia; quasi il 21% dichiara che nel 2012 Regione per Regione. Ha raggiunto i 4,5 miliardi di euro l’importo del ticket che i cittadini hanno sborsato nel 2012 per le prestazioni erogate dal Servizio sanitario nazionale. A livello procapite ciò si tradurrà in una spesa annua media di circa 140 euro a testa per i 32,4 milioni di italiani non esenti dal ticket. Questa la stima effettuata da Quotidiano Sanità su dati Istat, Agenas, Ministero della Salute e Regioni. Ai circa 4 miliardi versati nel 2011 per farmaci, visite mediche, analisi e pronto soccorso, si sono aggiunti, infatti, gli introiti a regime del “super ticket di 10 euro” sulla specialistica (pari a 834 milioni), che nel 2011 è stato invece applicato solo da agosto e non in tutte le Regioni, per un importo stimato in 381,5 milioni. Complessivamente, quindi, nel 2012 si sono registrati i seguenti oneri per il ticket: 1,332 miliardi sui farmaci (spesa 2011 più tasso inflazione), 3,214 miliardi sulla specialistica e pronto soccorso (spesa 2011, più totale incassi del super ticket), per un totale di 4,546 miliardi di euro. A livello procapite i ticket su analisi, visite e pronto soccorso nel 2012 sono costati ai non esenti 99 euro a testa (14 euro in più rispetto al 2011), mentre quelli sui farmaci dovrebbero restare più o meno inalterati rispetto al 2011 (salvo inflazione), con un costo medio per i non esenti di circa 41 euro l’anno. Ed è su questo scenario che si stanno confrontando Governo e Regioni per vedere come rimodulare tutta la partita della compartecipazione alla spesa e delle connesse esenzioni in vista dei prossimi aumenti stabiliti dalla manovra di luglio che prevede un aumento dei ticket pari a 2,1 miliardi, che porterebbe la spesa complessiva per la compartecipazione a oltre 6,6 miliardi di euro, al netto dell’inflazione, con un costo procapite per i non esenti attuali di 206 euro l’anno.

Va da sé che la crisi taglia il reddito delle famiglie italiane e svuota le casse del sistema sanitario nazionale: dal 2011 al 2012 le prescrizioni di ricette esenti dal ticket per motivi di reddito sono passate da poco più di 64 milioni a quasi 67 milioni: 2,7 milioni in più. E’ la fotografia che emerge dai dati del ministero della Salute, anticipati da Adnkronos Salute, sul flusso delle ricette di specialistica ambulatoriale nel 2012. Dal 1 luglio 2011 al 30 giugno 2012 nelle 11 Regioni che hanno reso disponibili i dati (pari a 46,5 milioni di abitanti) per le prestazioni specialistiche sono stati riscossi 1,7 miliardi di euro di compartecipazione, sommando sia i ticket che il cosiddetto super-ticket da 10 euro su visite specialistiche e analisi mediche. Ciò significa che per ogni abitante in media sono stati incassati 37 euro, cosa che porterebbe a una stima nazionale di 2,2 miliardi di euro. Secondo l’analisi, l’impatto del ticket sui cittadini che lo pagano è però ben più pesante. Utilizzando i dati disponibili si può ritenere che gli utenti di prestazioni specialistiche si aggirino sul 50% degli abitanti e che probabilmente di questi solo metà sono i non esenti. Se queste stime fossero corrette allora i soggetti che hanno pagato i ticket della specialistica sarebbero il 25% della popolazione, cioè 15 milioni, a testa mediamente avrebbero versato circa 150 euro. Cresce, infatti, sempre di più la compartecipazione dei cittadini alle spese sanitarie. I balzelli più alti si trovano nelle province autonome di Trento (fino ad un massimo di 75 euro) e Bolzano (fino a un massimo di 100 euro) e in Campania dove la quota è a 50 euro.

ALTRI DUE MILIARDI NEL 2013 – Analizzando in dettaglio la spesa per farmaci risulta particolarmente evidente come l’incidenza della componente farmaceutica della spesa pubblica sia in costante diminuzione, mentre l’incidenza sulla spesa privata sia in tendenziale aumento, se la spesa farmaceutica privata incide per il 30,9% sulla spesa privata sanitaria, la spesa farmaceutica pubblica incide solo per il 9,1% su quella pubblica. La variazione percentuale media annua, dal 2006 al 2011, per la spesa farmaceutica pubblica è stata pari a – 3,7% quella privata è stata + 4,6%. Un trend in crescita, visto che nel 2012, nei soli ambulatori e ospedali pubblici si è registrato un +13%. E che potrebbe diventare un vero e proprio salasso il prossimo anno, visto che sono in arrivo altri 2 miliardi di euro da reperire con la compartecipazione alla spesa sanitaria da parte dei cittadini previsti dall’ultima manovra Tremonti.

DUE MILIARDI PER I FARMACI – I ticket che già pagano i cittadini, secondo i report 2012 (4,4 miliardi è la cifra totale) sono tutti aumentati: per i farmaci ci si è attestati su una spesa di circa 2 miliardi. Altri 755 milioni sono stati spesi per visite ed esami fatti nelle strutture private ma convenzionate con il Servizio sanitario. E oltre un miliardo e mezzo (nel 2011 1,3 miliardi) è stato versato in ambulatori e ospedali pubblici, per accessi al Pronto Soccorso e specialistica.

 

CITTADINI CHE NON SI CURANO PIU’!!!!

Nel 2012 si stima che 1,8 milioni di cittadini italiani abbiano abbandonato il sistema sanitario pubblico, rinunciando a esami, visite, analisi. Non era mai successo prima. Non esistono solo gli esodati della pensione. Ci sono anche quelli del sistema sanitario pubblico, espulsi per quei ticket diventati all’improvviso troppo onerosi. Moltissime persone dopo una sfilza di no e di porte sbattute in faccia, sono costrette a rivolgersi ai poliambulatori di Emergency , dove hanno la fortuna di essere curati gratis. Un’eccezione. In Italia infatti ci sono una valanga di persone per le quali i 45 euro del ticket per farsi vedere da un’oculista o i 65 euro per sottoporsi a una ecografia sono diventati troppi. Gli italiani scappano dagli ambulatori, oppure sono gli ambulatori a scappare da loro. Questa tendenza si era già vista nel 2011, ma lo scorso anno si è manifestata in tutta la sua drammaticità. Sono i dati sui ticket sanitari a raccontarlo. Nel 2012, tra attività pubblica e convenzionata, l’incasso per le Regioni è stato di 2 miliardi e 285 milioni, cioè 549 milioni in meno di quanto era previsto. E siccome in media un italiano spende 150 euro all’anno in ticket, significa che 3,6 milioni di persone hanno rinunciato a pagarli. Qualcuno si è rivolto alle cliniche private, qualcun altro è entrato tra gli esenti per reddito ed età (guadagnano meno di 36 mila euro e hanno più di 65 anni). Ma la metà di loro, 1,8 milioni, hanno proprio rinunciato a curarsi perché pur non essendo esenti non hanno i soldi per pagarsi il ticket. Si tratta di numeri, dietro i quali ci sono i malati e le loro storie. Contemporaneamente, in un effetto perverso, i bilanci delle Regioni, già fiaccati dalla spending review rischiano di finire in rosso anche per colpa dei ticket non riscossi. Le Asl italiane vedono un calo della domanda di prestazioni specialistiche del 5-10 per cento, ma non possono certo eliminare i servizi. Eppure non più tardi del 2000 l’Italia era al secondo posto nel mondo per copertura assistenziale, seconda solo alla Francia. Lo sosteneva l’Organizzazione mondiale della sanità. Come siamo arrivati a questo punto? A chi si rivolge chi ha abbandonato le strutture pubbliche? Cerca di risparmiare o aspettare meno prima di consultare il medico? La fondazione Banco farmaceutico registra un aumento di richieste da indigenti del 24% in un anno. Napoli. La crisi non risparmia chi ha bisogno di curarsi: sono stati infatti oltre 3000 i medicinali raccolti a Napoli e in provincia e che verranno distribuiti tra le persone bisognose. La cifra è aumentata in quanto la richiesta di farmaci da parte di persone bisognose è superiore del 24% rispetto al 2012. I farmaci sono stati raccolti dalla Fondazione banco farmaceutico e distribuiti a Napoli e provincia alle 14 associazioni che lavorano per l’assistenza sanitaria a favore dei più bisognosi: dal Centro Astalli sud alla Caritas «San Vincenzo Pallotti», dall’Unitalsi alla casa di riposo “San Michele Arcangelo”, dalla parrocchia «Santi Ciro e Giovanni» alla comunità di Sant’Egidio.

UN FUTURO INQUIETANTE – Il peso dei ticket, già altissimo per i cittadini e per il sistema sanitario, è destinato a crescere. La manovra Berlusconi nel 2011 ha previsto che dal 2014 le Regioni si accollino altri 2 miliardi di euro da recuperare attraverso la “compartecipazione” dei pazienti alle spese sanitarie. Passare da 2,8 miliardi a 4,8 è impensabile. Rischia di crollare tutto.

PERCHE’ NON ELIMINARE GLI SPRECHI E RIDURRE SENSIBILMENTE LA COMPARTECVIPAZIONE DEI CITTADINI ALLA SPESA SANITARIA?!?!?!

Mentre i donatori di organo diminuiscono in modo esponenziale , paradossalmente aumentano le strutture trapiantologiche. Caldoro nella qualità di Commissario ad acta alla sanità, su temi di rilevante interesse, adotta soluzioni in contrasto con i principi essenziali del piano di rientro dal deficit. Recentemente, infatti, dopo aver emanato un decreto che di fatto abolisce il centro regionale trapianti, ha formato un dipartimento integrato prevedendo addirittura tre poli trapiantologici per il rene (Policlinico Federico II-Cardarelli-Salerno) a fronte di una quasi inesistente donazione di organi. Ed ha affidato la responsabilità di questo Dipartimento al responsabile del Centro nazionale trapianti che così opera da controllore e da controllato. Caldoro ha inoltre costituito una commissione per la valutazione degli atti aziendali delle aziende sanitarie prevedendo tra l’altro, la presenza di due Direttori generali di strutture sanitarie del nord. Come se nella organizzazione sanitaria della Regione Campania non vi fossero organismi già preposti per Legge a tali compiti, come l’Arsan e gli uffici degli assessorati. A ancora una volta i problemi del nostro sistema sanitario sono tanti, forse troppi. Ad aggravarli maggiormente sono le spese esorbitanti, la maggior parte delle quali possono essere inserite nella lista degli sprechi. L’elenco è lungo, tanto che in dieci anni, precisamente dal 2000 e al 2010, la spesa sanitaria è passata da 69,3 miliardi di euro del 2000 a 110,6 miliardi di euro del 2010 (+60%). Le cifre sono state elaborate dal centro studi Sic Sanità in cifre di FederAnziani, il compendio che mette sotto osservazione i bilanci delle Asl, delle aziende ospedaliere, degli istituti di ricerca e le banche dati del Ministero della Salute, delle Regioni e dei vari organismi che si occupano del comparto. Dal rapporto emerge, per esempio, che il ticket medio pro-capite è passato da 14,3 euro del 2009 ai 21,8 euro del 2011 (+53%) in Campania addirittura arriva a 34,00 euro. I cittadini ormai dal 2012 acquistano con i loro soldi il 50% dei farmaci (6,3 miliardi di euro) rispetto alla spesa sostenuta dal Ssn (12,3 miliardi di euro), mentre la spesa sanitaria media pro capite nazionale resta quasi invariata negli ultimi tre anni, da 1.782 euro del 2008 a 1.883 euro del 2010. Inarrestabile il trend in aumento delle attività cliniche e di laboratorio per tutte le branche specialistiche, arrivate alla somma stratosferica di un miliardo e 344 milioni di prestazioni eseguite nel 2009, pari a 22,27 per residente. Indignano, inoltre, gli sprechi elevati nei centri trapianti, che sono complessivamente 50 dislocati su tutto il territorio nazionale, con una media annuale di poco più di 60 trapianti per centro. Persistono infine gli sprechi per alcuni parametri di bilancio delle Asl tenuti sotto osservazione dal Centro Studi, ovvero pulizia e lavanderia, alimenti e mensa, utenze telefoniche, spese legali, riscaldamento e assicurazioni, che nel triennio preso in esame (2007-2009) hanno depauperato le casse dello Stato per circa 4,5 miliardi di euro in sprechi ingiustificabili. Appare evidente che il nostro sistema sanitario abbia bisogno di un epocale cambiamento all’insegna della sostenibilità. Si tratta di un percorso complesso che va a coinvolgere diversi aspetti dell’intero sistema. Innanzitutto è necessario intervenire sul ridimensionamento delle spese per materiale e attrezzature (aghi, protesi, macchine pesanti, diagnostiche, mezzi di contrasto). Alcuni esperti propongono l’istituzione di un unico centro d’acquisto. L’attuale gestione degli acquisti non funziona, come dimostrano chiaramente i dati diffusi di recente dall’Osservatorio dei contratti pubblici, che ha messo sotto indagine le principali stazioni appaltanti operanti in ambito sanitario su tutto il territorio nazionale. Le cifre pubblicate si riferiscono alle elaborazioni dei prezzi di riferimento relativamente a dispositivi medici, farmaci per uso ospedaliero, servizi sanitari e non sanitari individuati dall’ Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) tra quelli di maggiore impatto sulla spesa sanitaria complessiva. Da uno sguardo alla lista si scoprono alcune situazioni imbarazzanti: una siringa monouso dovrebbe costare tre centesimi, e invece Asl e ospedali la pagano un prezzo medio di sette centesimi (ma alcuni arrivano anche a 65). Anche se stiamo parlando di centesimi, c’è una differenza non trascurabile del 133,3% su ogni singola siringa. La stessa cosa accade anche per i farmaci. Per esempio, la levofloxacina, il principio attivo che serve a curare le infezioni, che ha un costo standard di 80 centesimi a flacone (500 mg) viene acquistata al quarto del suo valore reale: 3,22 euro per flacone, una differenza del 302,5%. La rapida crescita nell’utilizzo di queste apparecchiature può nascondere un eccesso di offerta che a sua volta può indurre domanda inappropriata, con le relative conseguenze sulla spesa sanitaria. Questo sembra particolarmente evidente in Italia, dove per esempio si registrano 21,6 apparecchiature di risonanza magnetica ogni milione di abitanti contro le 7 e le 6 apparecchiature per milione di abitanti rispettivamente in Francia e nel Regno Unito. Una migliore programmazione e una maggiore efficienza nell’utilizzo delle apparecchiature diagnostiche possono certamente incrementarne la produttività da un lato e portare alla riduzione dell’ inappropriatezza della domanda dall’altro e possono condurre ad una riduzione degli sprechi collegati all’attuale situazione di sovradotazione.

Altro punto dolente è costituito dalla mancata redistribuzione del reddito sul territorio nazionale è clamorosamente dimostrata da tali dati dedotti dai lavori della Commissione parlamentare sugli errori sanitari e le cause dei disavanzi sanitari regionali la cui relazione è stata consegnata in data 23.01.2013. Essi vanno considerati in relazione a banali riferimenti demografici.

 

REGIONE CAMPANIA

ABITANTI: 5.834.056

Densità per Kmq: 429,3

Superficie: 13.589,90 Kmq

– Numero posti letto accreditati:7.815 (1 posto letto per 746 abitanti circa).

Numero dipendenti medici: 7.541 (1 medico per 773 abitanti circa).

Il giudizio negativo su politiche sanitarie e manovre di finanza pubblica .

E’ duro e negativo il giudizio dei cittadini sulle politiche sanitarie portate avanti in questi anni ed in particolare non vi è consenso intorno alle manovre di finanza pubblica; è diffusa infatti la convinzione che gli esiti reali di tali politiche siano diversi rispetto alle stesse intenzioni dei governi e delle Regioni che le hanno promosse e messe in pratica. Manovre nate per ricondurre la spesa sanitaria nel sentiero della sostenibilità, secondo i cittadini finiscono per generare ulteriori

diseguaglianze, senza peraltro incidere sui fattori ai quali era imputata la dinamica crescente della spesa. Un primo aspetto sul quale si concentra il dissenso degli italiani è quello della opportunità di procedere a manovre così rilevanti in sanità, visto che per il 77,4% degli italiani si poteva tagliare altrove e altro; è invece una quota pari al 22,6% a ritenere che le manovre sono dure ma inevitabili. Quasi il 71% degli intervistati pensa che l’esito effettivo delle manovre sarà quello di accentuare le

differenze di copertura sanitaria tra Regioni e tra ceti sociali, con un aumento delle diseguaglianze nella tutela della salute. Il 66,4% degli intervistati è poi scettico sulla capacità delle manovre di raggiungere il loro obiettivo primario: riportare la spesa sotto controllo. Inoltre, sotto il profilo

degli effetti reali delle manovre, una maggioranza netta, il 62%, ritiene che taglino i servizi e riducano la qualità, di contro ad una minoranza del 38% che invece è convinta che taglino sprechi, eccessi, e razionalizzino le spese. Inefficaci e ingiuste, è la formula impressiva con la quale si potrebbe riassumere il punto di vista della maggioranza degli italiani sulle successive manovre.

I giudizi sono sistematicamente più negativi tra i cittadini delle RPR rispetto a quelli delle AR visto che:

– l’81,6% ritiene nelle RPR che si potesse tagliare altrove senza colpire così la sanità, mentre è invece il 72,5% a condividere tale opinione nelle AR;

– il 73,5% nelle RPR pensa che le manovre finiranno per accentuare le differenze di copertura sanitaria tra Regioni, ceti sociali, ecc., contro il 67,4% nelle AR;

– il 68,6% nelle RPR pensa che le manovre non saranno sufficienti per riportare sotto controllo la spesa, mentre è quasi il 64% a pensarlo nelle AR;

– il 65,6% nelle RPR ritiene che le manovre taglino i servizi e riducano la qualità, opinione condivisa dal 57,7% nelle AR.

 

La difficoltà di usufruire delle prestazioni, dei servizi, le attività si estende anche ai cittadini che devono assistere un loro familiare, si individuano in euro 14.000 l’anno le spese che le famiglie affrontano per l’assistenza a casa di un loro familiare, alimentati dall’azzeramento del Fondo per la non autosufficienza ed il contenimento del Fondo sociale per le politiche sociali oramai ridotto ad appena 46 milioni di euro.

ASSISTENZA EXTRA-OSPEDALIERA

E’ in atto un processo finalizzato a trasferire progressivamente prestazioni sanitarie dall’assistenza ospedaliera a quella extra-ospedaliera. L’obiettivo di fondo di tale processo di trasferimento è correlato al ripensamento del ruolo dell’ospedale inteso come luogo di cura per gli acuti, cioè di pazienti che necessitano di livelli assistenziali di elevata e media intensità. Nella consapevolezza che il processo di deospedalizzazione se non è accompagnato da un corrispondente e contestuale rafforzamento dell’assistenza sanitaria sul territorio determina di fatto una impossibilità per i cittadini di beneficiare delle cure. Tale processo può avvenire in due modi attraverso la trasformazione dei ricoveri ordinari in ricoveri day hospital, oppure con un trasferimento dei ricoveri dall’ambito ospedaliero al regime ambulatoriale o con l’assistenza domiciliare integrata. Il trasferimento di prestazioni al di fuori dell’ospedale consente di ottenere i seguenti risultati :

  1. Riconfigurare il ruolo dell’ospedale attribuendo la sua funzione all’interno del sistema nazionale ovvero come luogo di cura adibito all’assistenza delle acuzie di media-alta complessità;
  2. Valorizzare l’assistenza territoriale trasferendo su di essa l’erogazione di prestazioni sanitarie che garantiscano efficacia, efficienza e sicurezza per il paziente, senza la necessità di ricorrere al ricovero ospedaliero;
  3. Promuovere un processo di riorganizzazione delle risorse, che ne sposti una parte dal livello ospedaliero a quello territoriale e che nel tempo permetta anche un contenimento dei costi mantenendo lo stesso livello di qualità delle cure erogate.

Quindi, la deospedalizzazione è un processo teso a migliorare l’appropriatezza organizzativa del Sistema Sanitario nazionale e regionale che valuti le scelte delle modalità di erogazione della prestazione sanitaria più idonea al fine di massimizzare la sicurezza ed il benessere del paziente e di ottimizzare l’efficienza produttiva ed il consumo delle risorse. Tale approccio permette sia di promuovere una maggiore efficienza ed un migliore utilizzo delle risorse disponibili, sia di garantire ai cittadini prestazioni sanitarie efficaci, ma anche rispettose del criterio dell’economicità. L’Emilia Romagna è stata una delle prime regioni italiane ad introdurre a partire dal 2004 il Day Service ambulatoriale come modello innovativo assistenza ambulatoriale. E’ una tipologia di assistenza sviluppata per consentire a chi deve sottoporsi a vari accertamenti con un numero limitato di accessi, per patologie complesse, di eseguire tutti gli accertamenti con un numero limitato di accessi, senza bisogno di essere ricoverato né in day hospital, né con ricovero ordinario. Secondo questo modello assistenziale non spetta più al cittadino la ricerca delle prestazioni diagnostiche o terapeutiche in grado di soddisfare le proprie necessità, ma sono le strutture sanitarie che identificano l’insieme delle prestazioni in grado di affrontare la situazione clinica globale del paziente. Un altro ambito molto importante relativo al percorso di deospedalizzazione è quello relativo alla chirurgia. Molte procedure chirurgiche, infatti, possono essere effettuate a parità di efficacia e di sicurezza in regime di specialistica ambulatoriale e non attraverso il ricovero ospedaliero. Queste iniziative, ovviamente, portano a dei risparmi di risorse veramente significativi. In tutte le Regioni nelle quali queste iniziative sono state intraprese si sono registrati dei notevolissimi risparmi di spesa dovuti alla riduzione dei ricoveri negli ospedali. In Campania il tasso di deospedalizzazione standardizzato per 1.000 abitanti è passato dal 162,66 del 2004 al 129,31 del 2010 con un differenziale – 20,5 ( dati Ministero della Salute).